Cineforum 2008: “Occhio sulla città”

Cinque film in cinque settimane per un giro del mondo che mette al centro le città e il vivere urbano.
Si partirà dalle Banlieues parigine del capolavoro di Mathieu Kassovitz, per poi chiudere nella Roma multietnica di Piazza Vittorio, con un documentario musicale di Agostino Ferrente.

Incontri e scontri, oppurtinità e paure… al termine delle proiezioni con riflessioni e dibattiti cercheremo di confrontarci su tutte queste tematiche partendo dai numerosi spunti che i film ci offriranno.

Qui sotto: locandina e recensioni dei cinque film.

Recensioni tratte da www.mymovies.it

Lunedì 17 novembre:
L’ODIO
Un film di Mathieu Kassovitz con Vincent Cassel, Hubert Koundé, Said Tagmaoui, Karim Balkhandra, Edouard Montoute, François Levantal, Vincent Lindon, Saïd Taghmaoui, Benoît Magimel, Philippe Nahon, Karin Viard. Genere Drammatico produzione Francia, 1995 Durata 95 minuti circa.

Le disperate banlieues parigine nel film che ha consacrato il talento di Mathieu Kassovitz.

In un quartiere periferico parigino (i francesi li chiamano le cité), scoppia il vento della rivolta dopo il pestaggio del sedicenne Abel da parte della polizia. I giovani della banlieu scendono in strada e si battono tutta la notte con gli agenti. Tra loro ci sono tre amici: l’ebreo Vinz, il maghrebino Said e il nero Hubert, un trio di sfigati, disoccupati, arrabbiati e senza futuro. La giornata balorda dei tre giovani disperati ha inizio quando Vinz, che ha trovato una pistola d’ordinanza persa da uno sbirro durante gli scontri, decide di usarla. Diretto da Matthieu Kassovitz, un venticinquenne di talento, in un bianco e nero splendido, e parlato con un dialetto non facile da tradurre, L’odio è un film durissimo che ha totalizzato milioni di spettatori in Francia, ottenendo anche il premio per la miglior regia a Cannes nel 1994.

Lunedì 24 novembre:
FREEDOM WRITERS
Un film di Richard LaGravenese. Con Hilary Swank, Patrick Dempsey, Imelda Staunton, Scott Glenn, April Lee Hernandez, Mario, Jason Finn, Hunter Parrish. Genere Drammatico, colore 123 minuti. – Produzione USA, Germania 2007. – Distribuzione Universal Pictures

Ispirato a una storia vera, un film dotato di un buon ritmo capace di far riflettere senza annoiare sulla possibilità di una convivenza e conoscenza reciproca tra realtà diverse.

Dopo le lotte razziali dei primi anni ’90 un’insegnante cerca di educare una classe difficile alla tolleranza.
Erin Gruwell è una giovane insegnante di lettere al suo primo incarico in un liceo. Siamo a Los Angeles nel 1992, poco dopo gli scontri razziali che avevano messo a ferro e fuoco la città. Erin si vede affidare una classe composta da latinoamericani, cambogiani, afroamericanie un unico bianco. Provengono tutti da realtà sociali in cui il degrado e la violenza costituiscono parte integrante della vita quotidiana. Le istituzioni li vedono come un peso morto da “parcheggiare” in attesa che tornino nella strada. “La Gruwell” (così prenderanno a chiamarla i ragazzi) non si arrende né di fronte all’istituzione né di fronte agli allievi che inizialmente la respingono convinti che sia l’ennesima insegnante disinteressata al loro vissuto. Riuscirà a convincerli ad uscire dalla gabbia delle gang e a guardarsi dentro scrivendo dei diari che diverranno un libro.
Ispirato a una storia vera, con un premio Oscar che crede così tanto al progetto da divenire produttore esecutivo, con un coprotagonista come Patrick Dempsey (il Dottor Shepherd di Grey’s Anatomy) Freedom Writers appartiene alla categoria dei misteri della distribuzione italiana. Non si capisce cioè perché non sia passato in sala ma sia stato relegato nelle uscite in dvd. È infatti un film dotato di un buon ritmo capace di far riflettere senza annoiare sulla possibilità di una convivenza e conoscenza reciproca tra realtà diverse costrette al degrado e quindi capaci si vedere nell’altro solo il nemico.
La Swank è assolutamente credibile nel ruolo di un’insegnante apparentemente fragile ma così determinata nel perseguire il suo progetto da mettere a repentaglio anche la propria vita privata. Altrettanto lo sono i giovani interpreti tra cui spicca April Lee Hernandez nel ruolo di Eva, una giovane latinoamericana che, riesce ad uscire dalla logica soffocante delle gang grazie a un doloroso percorso di maturazione.
E dall’articolo di Federico Chiacchiari, sempre pubblicato su mymovies.it:
“LaGravenese ha tratto il suo film dal romanzo scritto dall’insegnante Erin Gruwell e dai suoi studenti The Freedom Writer’s Diaries: How a Teacher and 150 Teens Used Writing to Change Themselves and the World Around Them. Quindi la storia è “vera”, è quella che segue gli scontri del 1992 di Los Angeles, quando la città fu messa a soqquadro dalle rivolte razziali conseguenti al caso di Rodney King, l’automobilista di colore picchiato dai poliziotti. Ed è in questo contesto di ragazzi di strada e di gang che si ritrova Erin Gruwell: per affermare le proprie idee di tolleranza e rispetto dovrà combattere una dura battaglia. Lo farà paragonando le bande ai nazisti (che definisce “la più grande gang mai esistita…”), portando gli studenti al museo sull’Olocausto Simon Wiesenthal, facendogli conoscere la storia di Anna Frank e inducendoli a scrivere un proprio diario. Con una colonna sonora ricca di pezzi della hip-hop californiana, Freedom Writers ha avuto un grande successo negli States, dove è entrato netta top ten del box office incassando più di 30 milioni di dollari.”

Lunedì 1 dicembre:
LA ZONA
Un film di Rodrigo Plà con Daniel Giménez Cacho, Maribel Verdú, Carlos Bardem, Daniel Tovar, Alan Chávez, Mario Zaragoza, Marina de Tavira. Genere Drammatico produzione Spagna, Messico, 2007 Durata 97 minuti circa

La coscienza di un adolescente contro i “muri” dei padri. Un dramma sulle regole morali e le nozioni di coesistenza.

Alejandro vive nella Zona, un quartiere ricco nel centro di Città del Messico. Nel giorno del suo compleanno tre ragazzi delle borgate si introducono per una rapina in una delle case della Zona.
Un muro alto e impraticabile separa la Zona, un quartiere residenziale e abbiente di Città del Messico, da un mondo di baracche e di miseria. Un temporale e il crollo di un cartellone pubblicitario provocano una breccia in quel muro, dove si infilano tre adolescenti delle favelas in cerca di denaro e di fortuna. Ma il destino decide altrimenti e tragicamente. Due di loro muoiono abbattuti dai colpi della sorveglianza, soltanto Miguel trova rifugio nella cantina di una villa e nel (buon) cuore di Alejandro, un coetaneo più felice e fortunato. Mentre Miguel e Alejandro imparano a conoscersi, i residenti intraprendono una folle caccia all’uomo. Nella prima sequenza della Zona un adolescente percorre una strada residenziale a bordo di un Suv. La vernice brillante dell’auto riflette ville e giardini curati: un dentro perfetto e asettico che riproduce se stesso, mentre il suo fuori, caotico e disperato, “ruba” l’amore sopra un pullman rugginoso.
Nell’opera d’esordio di Rodrigo Plà e nell’universo chiuso della Zona c’è il vuoto spaventoso di una lucida determinazione, che spinge residenti sfacciatamente ricchi a confinarsi e a confinare l’umanità derelitta. È un viaggio di sola andata nelle coscienze, paranoiche e mai riscattate, di un gruppo di uomini, donne e ragazzini, nessuno escluso, che si sono dati un sistema di regole fisse che non ammettono né concepiscono eccezioni.
La zona non è una storia di adolescenti ma è il racconto di una crescita, con orrendi segreti da scoprire e contrasti da sciogliere: il sopra e il sotto (la casa e la cantina; il ricco e il povero), il dentro e il fuori (le favelas e il quartiere residenziale), la luce e il buio e i grandi e i piccoli (cattivi padre e cattivi poliziotti contro figli che si lasciano toccare da ciò che è diverso, scoprendolo uguale).
Rodrigo Plà gira un film corale in cui la regressione dell’uomo allo stadio crudo del primordiale rende i rapporti tra vittima e carnefice nitidi e perfetti: non sono più la legge e la giustizia a regolamentare la convivenza all’interno di quella società (auto)esiliata. I residenti nella Zona si offrono al puro istinto, si è prigionieri o carcerieri, non possono esserci vie di mezzo, al punto che la valutazione etica dei personaggi viene messa in relazione con il comportamento tenuto nei confronti del prigioniero/vittima. Tutto appare più semplice e il vero totem contro l’ipocrisia e l’ottusità degli adulti diventa un adolescente. Il senso della storia e della giustizia è dalla sua parte. È Alejandro a spezzare la catena della disuguaglianza e dell’isolamento. Nel suo gigantesco gesto si rivela la sostanza tragica del racconto: la trasgressione di Alejandro riguarda la legge del padre, è un atto di disubbidienza rispetto a quello che gli è stato prescritto, è un percorso etico e conoscitivo.
Quella insubordinazione non significa incoscienza, sfrontatezza o irresponsabilità ma comporta il coraggio di rompere gli schemi, di affrancarsi dalle catene del sangue e della violenza, dalla storia e dalla legge di un universo maschile di cui pure è figlio.

Martedì 9 dicembre:
LE BICICLETTE DI PECHINO (Shi qi sui de dan che – Beijing Bycycle)
Un film di Wang Xiao-shuai. Con Cui Lin, Li Bin, Zhou Xun, Gao Yuanyuan. Genere Drammatico, colore 113 minuti. – Produzione Cina, Francia 2001.

Vincitore del “Gran premio della giuria” alla 57a edizione del Festival di Berlino per l’onestà dello sguardo che rivolge a una società sempre più in crisi di valori come è quella cinese attuale.

Wang Xiao-shuai, nel narrare una vicenda non distante da quella di Ladri di biciclette, in cui un ragazzino trova lavoro presso un corriere, una sorta di Pony Express in bicicletta, traccia lo spaccato di una società assolutamente divisa tra il consumismo sfrenato metropolitano e l’attaccamento a tradizioni rurali del passato. La ricerca della bicicletta “rubata”, fonte di guadagno per Guei, pertanto un oggetto prezioso, offre lo spunto alla cinepresa per vagabondare tra le strade di Pechino, dove, malgrado tutto, sembra ancora possibile trovare e scoprire valori come la solidarietà e l’amicizia. Bravissimi gli attori, ragazzi che non sembrano aver raggiunto la maggiore età e bravo il regista della sesta generazione, Wang Xiaoshuai, per aver raccontato in modo realistico, ma non privo di poesia, una storia apparentemente semplice.

Lunedì 15 dicembre:
L’ORCHESTRA DI PIAZZA VITTORIO
Un film di Agostino Ferrente. Genere Documentario musicale, colore 93 minuti. – Produzione Italia 2006.

Mario Tronco, musicista, e Agostino Ferrente, documentarista, artefici di questo straordinario documentario musicale.

Roma. Piazza Vittorio. Il quartiere più popolato da migranti di tutto il mondo: un insieme eterogeneo di colori, di stili di vita, di tradizioni culturali e di religioni che si intrecciano, in una convivenza che giorno dopo giorno cresce e si fa profondamente multietnica.
Un gruppo di artisti e intellettuali italiani, su tutti Mario Tronco, tastierista degli Avion Travel, decide si salvare il vecchio cinema teatro Apollo, che, dopo essere stato declassato a cinema porno, sta per essere trasformato in sala bingo, e di costituire un’orchestra stabile composta appunto, anche e soprattutto, da musicisti extracomunitari. Il progetto-sogno inizia nel 2001 e nel giro di diversi anni, con tantissime difficoltà e con tenacia ancora maggiore, vede la luce.
Agostino Ferrente, documentarista aiuto regista di Silvano Agosti, è parte attiva del progetto e, telecamera a spalla, filma tutti gli eventi che porteranno alla creazione dell’ensemble musicale. Il risultato è il film L’Orchestra di Piazza Vittorio, documusical sotto forma di diario che racconta la sofferta, entusiastica e travagliata genesi dell’omonima orchestra. Agostino e Mario iniziano a girare in vespa per Roma alla non facile ricerca di musicisti e si imbattono in persone e volti ognuno con la sua storia da raccontare, con il suo bagaglio di dolori e di aspettative, di sorrisi e di voglia di sentirsi parte di una comunità.
Storie e volti da Cuba, dall’India, dall’Ecuador, dalla Tunisia. Un film che racconta un piccolo pezzo di storia d’Italia: solidarietà e voglia di cambiamento, partecipazione civile e culturale. Un documento dalla musica trascinante e dal forte senso del ritmo, un documento da cui trasuda l’anima e il cuore di chi ha partecipato al progetto, credendoci incondizionatamente.

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Ingegneria Senza Frontiere – Trento